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April 15

Recensione: Arise

Artista: Sepultura

Titolo: Arise

Genere: Thrash Metal/Death Metal

Anno: 1991

arise Correva l’anno 1991 quando la Band Brasiliana dei Sepultura pubblicò quello che sarebbe stato l’album che avrebbe portato il gruppo al successo internazionale, ovvero Arise. Questo disco segnò per la Band lo spartiacque tra l’era del Thrash Metal con quella intrapresa dai successivi albums più orientati sul Groove Metal degli anni ‘90, fino alla svolta finale degli anni 2000 con l’approccio al Nu-Metal. Indubbiamente Arise rimane uno dei lavori più importanti dei Sepultura che già si erano fatti notare con i dischi Beneath The Remains (1989) e Schizophrenia (1987). L’album è un concentrato di potenza e velocità, con tipici riffs in stile Thrash, doppia cassa e la voce di Max Cavalera a tratti con parvenze addirittura di stampo Death Metal. A completare la line up oltre a Max alla chitarra e voce, erano presenti il fratello Igor alla batteria, Andreas Kisser alla seconda chitarra e Paulo Jr. al basso. Ad aprire l’album è la stessa title track che sfoggia subito un riff di chitarra tagliente e una batteria dal suono sordo e pesante. “Dead Embryonic Cells” inizia con un rumore di ferraglia in sottofondo. Il pezzo presenta evidenti cambi tempo, dove parti più veloci si alternano a parti più lente. “Desperate Cry” è sicuramente uno di pezzi migliori del platter, che si apre con un arpeggio di chitarra accompagnato da un secondo riff. L’attacco è decisamente veloce e potente e il pezzo si compone di frequenti assoli, mai troppo lunghi,  e cambi tempo.  “Murder” è uno dei pezzi in tipico stile Tharsh dove la velocità di esecuzione brucia le pelli, anche se il brano cambia tempo in più punti, alternandosi tra i riffs della seconda chitarra e l’assolo. “Subtraction”  è un altro pezzo che merita molto, non solo per struttura compositiva e per i frequenti cambi di tempo che mantengono viva l’attenzione dell’ascoltatore, ma anche per la buona tecnica chitarristica di Max e Andreas. Ottimo anche il lavoro al basso da parte di Paulo Jr. che si esibisce in un breve interludio mediante un solo. “Altered State” è un brano che presenta un cantato vicino al Death Metal, fatto di cambi tempo  e chitarre molto distorte che si esibiscono in riffs taglienti e veloci.  Nela parte finale del brano irrompe per qualche secondo un arpeggio di chitarra, accompagnato con un secondo riff di sottofondo molto distorto. “Under Siege” è uno dei pezzi più assimilabili al Death Metal, anche se per velocità parrebbe più accostabile a un Death Doom Metal, se non altro per le sonorità cupe, intervallate dai riffs di chitarre distorte che viaggiano su tempi medio/veloci. Non male neanche l‘assolo finale del pezzo.  “Meaningless Movements” è un pezzo che naviga tra Thrash  e Death, dove alla tecnica la Band preferisce la velocità. “Infected Voice” è uno dei brani con l’attacco iniziale forse più potente di chiaro stampo Thrash, veloce e compatto. Il brano si compone di una parte centrale più lenta, per poi aumentare nel finale, dove un assolo veloce si riaggancia al riff iniziale. “C.I.U. (Criminals In Uniform)” chiude il platter in maniera più che degna, snodandosi tra riffs di chitarre e frequenti cambi tempo. Non mancano inoltre gli assoli più o meno accattivanti.  Nel disco è inclusa anche la Cover della canzone dei Motorhead: Orgasmatron. Arise ha segnato senza ombra di dubbio l’apice della carriera artistica dei Sepultura.  L’album  è compatto e tutti i pezzi presentano spunti tecnici interessanti oltre a una dose massiccia di potenza e velocità e non solo, ma anche un connubio tra elementi Thrash & Death, che rendono il disco unico nel suo genere. Un disco che graffia.

Track List

  • Arise - 3:17
  • Dead Embryonic Cells - 4:52
  • Desperate Cry - 6:40
  • Murder - 3:26
  • Subtraction - 4:46
  • Altered State - 6:34
  • Under Siege (Regnum Irae) - 4:53
  • Meaningless Movements - 4:40
  • Infected Voice - 3:18
  • Orgasmatron - 4:43 (Cover Motörhead)
  • Intro - 1:32
  • C.I.U. (Criminals in Uniform) - 4:17

    VOTO: 89/100

  • April 12

    Recensione: Wrath

    Artista: Lamb Of God

    Titolo: Wrath

    Genere: Groove Metal

    Anno: 2009

    LambOfGod-Wrath Il 2009 si apre con uno dei ritorni più graditi per quanto riguarda la scena Metal, in particolare per quanto concerne il Groove Metal, con i Lamb Of God che arrivano a quota sei album in studio pubblicati. Il nuovo lavoro di Randy Blythe e soci si intitola Wrath, pubblicato in data 24 febbraio, contiene 11 tracce per la durata complessiva di circa 44 minuti. Dopo l’ultimo album in studio datato 2006, la band Statunitense torna alla ribalta, con un disco che cerca di riportare in luce il lato più duro e grezzo dalla Band, con un suono tagliente e veloce, privo di particolari spunti tecnici per quanto riguarda la parte solistica, ma impregnato di riffs groove, sostenuti da ritmi incessanti di batteria e doppia cassa è un discreto lavoro al basso. Apre l’album “The Passing” un intro lento e arpeggiato di chitarre della durata di circa 2 minuti che prepara la strada al primo vero brano dell’album ovvero “In Your Words”. Il pezzo è fatto di accelerazioni e riffs groove ben marcati, e dalla voce rauca di Randy Blythe. Nella fase centrale del pezzo un interludio di basso e batteria segna evidenti cambi tempo. “Set To Fail” inizia con il solito attacco veloce e di evidente potenza, dove le chitarre esplodono i loro riffs distorti, sostenuti da un ottimo lavoro della batteria da parte di  Chris Adler. “Contractor” è simili alla precedente traccia, molta velocità e un cantato groove, che gira su cambi tempo, con  accelerazioni talvolta devastanti. “Fake Messiah” si apre con un intro breve di chitarra distorta per poi portarsi su ritmi decisamente più elevanti. La fase centrale del pezzo include i riffs delle due chitarre  e anche una voce quasi clean di Randy, prima di riprendere la velocità iniziale. Anche in questo pezzo dunque sono evidenti i cambi tempo. “Grace” si apre con un intro lento fatto di riffs di chitarre, per poi esplodere in potenza e velocità, con il suono delle chitarre distorte e la voce sempre più groove di Randy.  “Broken Hands” è un pezzo che non presenta grandi innovazioni e tecnicismi, è può essere considerato il classico pezzo veloce, ma niente più. “Dead Seeds”  si mantiene sulla linea del suo predecessore, ma include una parte centrale con un evidente spunto di batteria e basso. “Everything To Noghing” è un pezzo dai riffs massicci, dove la batteria pesta decisamente bene. Il pezzo è uno dei pochi a presentare un assolo di chitarra nella parte finale.  “Choke Sermon” è un pezzo tipicamente Groove Metal, dove insieme alla voce rauca e profonda di Randy, troviamo anche una discreta velocità di esecuzione dei riffs da parte di Willie Adler e Mark Morton alle chitarre.  Chiude l’album “Reclamation” che inizia con un intro lento di chitarra e basso arpeggiato per poi alzare il ritmo mediante riffs massicci, che si alternano a dei cambi tempo, più lenti. Il finale riprende a sfumare l’intro iniziale. Nonostante sia l’ultima tracia del platter, risulta essere contemporaneamente anche una delle migliori per tipo di struttura compositiva. I Lamb Of God si confermano dunque “discepoli” e portatori di un genere che hanno tramandato i Pantera.  Poco tecnici dal punto di vista strumentale, i Lamb Of God basano la loro musica su brani veloci e mai di durata eccessiva, che non lasciano il tempo all’ascoltatore di annoiarsi. L’Ira di questo platter dunque si evince nella potenza delle chitarre distorte e dai discreti giri di basso e soprattutto da una discreta esecuzione delle parti di batteria. Forse i Lamb Of God saranno poco innovativi, ma bisogna dire che questo disco è tutto sommato un buon lavoro, dove potenza e velocità non mancano, anche se in certi pezzi si denota una leggera mancanza di idee nel songwriting.   

    Track List

  • The Passing - 1:58
  • In Your Words - 5:24
  • Set to Fail - 3:46
  • Contractor - 3:22
  • Fake Messiah - 4:33
  • Grace - 3:54
  • Broken Hands - 3:53
  • Dead Seeds - 3:40
  • Everything to Nothing - 3:50
  • Choke Sermon - 3:20
  • Reclamation - 7:05

    VOTO: 81/100

  • April 10

    Recensione: Shogun

    Artista: Trivium

    Titolo: Shogun

    Genere: Thrash Metal/Alternative Metal

    Anno: 2008

    shogun L’anno 2008 regala agli amanti del Thrash Metal un altro album degno di nota, ovvero quello della Band Statunitense dei Trivium: Shogun. Matt Heafy e soci raggiungono così quota quattro album. Anche Shogun come il precedente “The Crusade” del 2006 si orienta su un Thrash Metal infarcito di Sound a volte derivanti dal Death, come il cantato growl, a volte dall’Alternative come la melodicità dei pezzi. La Band con questo album dimostra di essere cresciuta artisticamente, soprattutto per quanto riguarda il livello compositivo e tecnico. Abbandonate le sonorità Nu-Metal degli inizia i Trivum si sono orientati verso un suono più vicino al Thrash, non è un segreto infatti che la Band apprezzi da sempre gruppi quali i  Metallica ad esempio. L’album include 11 tracce per la durata complessiva di circa 66 minuti. “Kirsute Gomen” apre il disco con un attacco veloce di chitarra e la voce growl di Matt, per poi snodarsi in un riff compatto e roccioso tra linee di basso e batteria. Come quasi tutti i pezzi dell’album anche questo presenta evidenti cambi tempo, oltre che un buon assolo. “Torn Between Scylla and Charybdis” viaggia su un riff Thrash accompagnato da un cantato misto tra clean e growl. Buona la parte solista del pezzo con tre assoli, di cui uno con una discreta distorsione e un deciso basso. “Down From The Sky” inizia con un intro di chitarra distorto di un minuto circa, per poi cambiare tempo tra la strofa e il ritornello, con un discreto assolo veloce nel finale.  “Into The Mouth Of Hell We March” è il primo pezzo che presenta dei riffs di stampo Heavy Metal, decisamente più lento dei precedenti, mantenendo comunque sia la voce growl che clean. Nella seconda parte il pezzo acquista velocità nella parte sturmentale. “Thores Of Perdition” si mantiene su una struttura compositiva simile al precedente brano, con riffs di chiaro stampo Heavy, presentando nella parte centrale dei cambi tempo che riportano il pezzo sullo stile Thrash. Buon lavoro di basso di Paolo Gregoletto nel finale.  “Insurrection” è un pezzo decisamente più veloce e più Thrash, ma meno tecnico dei precedenti. “He Who Spawned the Furies” torna a percorrere la strada dell’Heavy Metal con una velocità media, che solo nella seconda parte assume connotati più aggressivi, grazie anche alla voce growl di Matt.  “Of Prometheus and the Crucifix”  è un pezzo abbastanza melodico con un attacco medio/veloce accompagnato dal cantanto pulito di Matt. Il pezzo ancora una volta presenta riffs di stampo l’Heavy Metal nella prima parte, mentre nella seconda con l’aumentare della velocità assume caratteri decisamente più Thrash. “The Calamity” parte con un intro di chitarra e un riff di basso e batteria, per poi aumentare i ritmi. Il pezzo non presenta spunti tecnici rilevanti se non che presenta un cantato clean.  “ Like Callisto to a Star in Heaven”  è  l’ennesimo pezzo misto tra Heavy e Thrash con cambi tempo e cantanto misto. Chiude il platter il brano “Shogun” della durata di circa 11 minuti, il quale racchiude per intero il lavoro svolto dai Trivium in questo disco. La struttura del brano si snoda inserendo tutti gli elementi fin qua citati, dai riffs Heavy a quelli Thrash. Stessa cosa per la voce di Matt che si muove tra il growl e il clean. Da segnalare l’interludio centrale del brano con l’arpeggio delle chitarre e con la voce di Matt quasi sussurrata.  In definitiva si può dire che questo album presenta una buona dose di tecnica da parte della Band sia nelle parti soliste che nelle ritmiche. Indubbiamente il livello artistico della Band è cresciuto, andando a orientarsi verso un Sound Thrash, ma mai estremo, come anche la voce growl di Matt.  Tutti i pezzi seppur presentano elementi di Metal Estremo (Thrash, Death) risultano comunque abbastanza melodici e ben costruiti. I Trivium sono sicuramente gli outsider del 2008 con questo album, che conferma i progressi già avviati con il precedente lavoro in studio. 

    Tracl List

  • Kirisute Gomen - 6:43
  • Torn Between Scylla and Charybdis - 6:49
  • Down From the Sky - 5:27
  • Into the Mouth of Hell We March - 5:53
  • Throes of Perdition 5:53
  • Insurrection - 4:56
  • He Who Spawned the Furies - 4:07
  • Of Prometheus and the Crucifix - 4:40
  • The Calamity - 4:57
  • Like Callisto to a Star in Heaven - 5:25
  • Shogun - 11:53

    VOTO: 82/100

  • April 09

    Recensione: A Sense of Purpose

    Artista: In Flames

    Titolo: A Sense of Purpose

    Genere: Melodic Death Metal/Alternative Metal

    Anno: 2008

    in_flames_a_sense_of_purpse_cover Il 2008 ha riportato sulle scene Metal anche il gruppo Svedese degli In Flames che ha distanza di due anni dall’ultimo album in studio tornano a battere cassa. Dopo il precedente disco “Come Clarity “ del 2006 in cui il gruppo svedese aveva attuato un netto cambio di rotta, ammorbidendo il proprio Sound Death che li ha portati alla ribalta, per un più commerciale Melodic/Alternative Metal, esce il 4 aprile l’inedito A Sense of Purpose, un platter che conferma il cambio direzionale della Band su un Melodic Death Metal addolcito da elementi Alternative, talvolta quasi Metalcore. Da notare soprattutto in questo lavoro la voce di Anders Fridén che appare quasi snaturata, con un growl mai veramente cattivo e che in molti pezzi è addirittura sostituito con un cantato pulito. Anche le chitarre di Björn Gelotte e Jesper Strömblad appaiono abbastanza sacrificate, in particolare per quanto riguarda i ritmi dei pezzi non sempre potenzialmente di stampo Death. L’album ha 12 tracce per la durata complessiva di circa 50 minuti in cui la Band, passa da pezzi più marcati di chiaro stampo Death ad altri più melodici e commerciali. L’album si apre con “The mirror’s Truth” che inizia con un breve intro di chitarra, per poi prendere velocità e risulta essere abbastanza melodica. “Disconnected” invece parte subito con un riff veloce di chitarra con un discreto lavoro di batteria di Daniel Svensson e si mantiene su buoni ritmi. “Sleepless Again” parte con il suo intro arpeggiato per poi aumentare velocità. In questa traccia sono evidenti i cambi tempo tra la prima parte, l’assolo e il finale, che si conclude con  i colpi della batteria. “Alias” è un pezzo molto Alternative, se non fosse per la voce growl di Anders, che però cambia, alternandosi tra urlato e clean. Buono l’interludio arpeggiato delle chitarre nella parte centrale che abbassa il ritmo del pezzo per poi aumentare di nuovo nel finale.  “I’m The Higway” si mantiene su una velocità media, con riffs tutt’altro che Death. “Delight and Angers”, presenta qualche elemento metalcore, come ad esempio un effetto di chitarra “elettronico” nella parte iniziale. Il pezzo comunque si alterna tra cambi di tempo lenti e veloci.  “Move Through me”  è un pezzo che gira su un riff potente in fase iniziale con una voce più aggressiva e growl di Anders, per poi rallentare tra evidenti cambi di tempo, fino all’assolo finale che fa riprendere una velocità più consona al pezzo. “The Chosen Pessimist” della durata di ben 8 minuti presenta evidenti parti strutturali, primo tra tutte i cambi di tempo. Si parte con un intro arpeggiato per poi aumentare velocità con le chitarre in gran spolvero prima di ritornare su ritmi più lenti, mediante l’arpeggio strumentale.  Il finale è tutto in salita fino allo stop.  “Sober and Irrelevant” presenta un attacco veloce e potente che fa rivedere sprazzi di Death dei primi In Flames, accompagnato dalla voce growl di Anders piena e decisa. Forse il pezzo più estremo dell’album se così vogliamo dirla. “Condemned”  è un pezzo che non emoziona più di tanto, riff robusto, ma la velocità non tiene alta l’attenzione dell’ascoltatore. “Drenched in Fear”  è da annovera tra le tracce più deboli come la precedente, i riffs sono compatti ma la tecnica e l’inventiva lascia molto a desiderare. Chiude il platter “March To The Store”  abbastanza melodica, ma non certo da annoverare tra le migliori. Decisamente un album dalle due facce: se la prima parte riesce a stare a “galla”, seppur utilizzando un Sound più Alternative che Death, la seconda parte invece cala vistosamente, tra riffs melodici e poco creativi che fanno scadere nel banale. Gli In Flames dunque hanno scelto la via del commerciale, e poco male se Anders tenta di dare un tono Death all’album con i suoi growl addolciti dalle melodie delle chitarre, il disco suona nettamente poco estremo,  sperimentale e quasi troppo mieloso. Ovviamente questo disco avvicina la Band alle nuove generazioni, perdendo però forse dei punti verso i fans della vecchia guardia, i quali erano abiutati a un Melodic Death Metal più incisivo, casomai tendente all’Heavy Metal. Prendere o lasciare, il nuovo corso degli In Flames continua, alla faccia delle origini e della staticità musicale.

    Track List

  • The Mirror's Truth – 3:01
  • Disconnected – 3:36
  • Sleepless Again – 4:09
  • Alias – 4:49
  • I'm The Highway – 3:41
  • Delight and Angers – 3:38
  • Move Through Me – 3:05
  • The Chosen Pessimist – 8:16
  • Sober and Irrelevant – 3:21
  • Condemned – 3:34
  • Drenched In Fear – 3:29
  • March To The Shore – 3:26

    VOTO: 72/100

  • April 07

    Recensione: Inflikted

    Artista: Cavalera Conspiracy

    Titolo: Inflikted

    Genere: Thrash Metal/Death Metal

    Anno: 2008

    infliktede Dopo quasi 10 anni i fratelli Cavalera sono tornati a riunirsi sotto il nome di Cavalera Conspiracy, per dare vita al loro primo album in studio dopo l’abbandono di Max Cavalera dai Sepultura nel lontano 1996. Da allora le strade dei due fratelli, Max e Igor si erano divise. Il primo aveva messo a punto il gruppo dei Soulfly (tutt’ora in attività) , mentre il secondo era rimasto nei Sepultura fino al  2006 prima di abbandonare la Band per motivi familiari. Le speranze di rivedere insieme i due fratelli ha preso sempre più corpo fino alla pubblicazione il 25 marzo 2008 dell’album: Inflikted, annunciato da Max Cavalera come un ritorno a sonorità del passato,  stile Thrash Metal che avevano caratterizzato i primi album proprio dei Sepultura.  A completare la line up dei Cavalera Conspiracy, oltre a Max alla chitarra e voce e Igor alla batteria,  troviamo Marc Rizzo alla seconda chitarra e Joe Duplantier al basso. Nell’album vi è anche la partecipazione del figlio di Max ovvero Richie  Cavalera nella traccia Black Ark e dell’ex bassista dei Pantera e dei Down, Rex Brown. L’album contiene 11 tracce per la durata complessiva di circa 43 minuti. Il disco si apre proprio con la title track che incanala subito il disco su uno stile Thrash/Death Metal. Riffs veloci e distorti con la voce growl di Max Cavalera in perfetto stampo Death a dare corposità al pezzo, anche se mai portata all’estremo. “Sanctuary” inizia con il classico attacco di chitarra tra un riff Thrash e un assolo distorto la voce growl di Max Cavalera  cerca di mantenere alta la velocità del pezzo. “Terrorize” inizia con un intro di batteria per poi partire con la chitarra in maniera decisamente più veloce e tagliente, fino al finale strumentale. “Ultra-Violent” è un pezzo potente con chiari riferimenti al Death Metal, complice anche la presenza di  Rex Brown al basso e con un finale stoppato. “Hex”  è un altro pezzo veloce e compatto che si snoda su un riff di chiaro stampo Thrash, in maniera lineare e senza tecnicismi, accompagnato dalla voce growl di  Max Cavalera. “The Doom Of All Fire” è sicuramente uno dei pezzi più veloci  sia nell’esecuzione strumentale che nel cantato, con un assolo tagliente. “Bloodbrawl” è sicuramente la traccia migliore oltre che la più lunga (circa 5 minuti) che si snoda in vari tempi medio/veloce, con un assolo decisamente convincente e un finale lento fatto dagli arpeggi delle chitarre che chiudono il brano. “Nevertrust” è potente e decisamente Death con la voce di Max ancora più profonda e viscerale, fatta di riffs veloci intervallati da assoli altrettanto veloci. “Hearts Of Darkness” si mantiene su un ritmo medio/veloce dove vediamo qualche cambio tempo qua e là. Chiude il platter “Must Kill” la traccia peggiore è più scontata dell’intero disco, che risultata ripetitiva e rindondante di se stessa. Se  l’intento di Max Cavalera era di ritornare al  Sound tipico di Chaos A.D. del 1993 dei Sepultura, c’è da dire che,  sicuramente siamo molto lontati da quel tipo di prodotto, decisamente più tecnico e ispirato, infatti Inflikted dimostra evidenti limiti specialmente nel songwriting, che appare scialbo e scontato, oltre che ripetitivo. Le tracce girano su un buon ritmo e qualche spunto Thrash affiora, ma siamo lontani anni luce dal Sound che Max & Igor avevano creato con i Sepultura. L’album seppur presenta qualche buono spunto tecnico non riesce mai a coinvolgere in pieno l’ascoltatore, complice una stagnazione strutturale e compositiva, che finiscono per dare all’album un tono di già sentito, anche se devo dire ho apprezzato di più la seconda parte del disco che la prima.  Per il momento accontentiamoci  e speriamo che nel futuro i Cavalera recuperino la loro creatività artistica.

    Track List

  • Inflikted - 4:32
  • Sanctuary - 3:23
  • Terrorize - 3:37
  • Black Ark - 4:54 (feat. Richie Cavalera)
  • Ultra-Violent - 3:47
  • Hex - 2:37
  • The Doom of All Fires - 2:12
  • Bloodbrawl - 5:41
  • Nevertrust - 2:23
  • Hearts of Darkness - 4:29
  • Must Kill - 5:56

    VOTO:  69/100

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